Il conte di Montecristo
Dalle prime pagine di questo libro ci troviamo già di fronte a un modo di scrivere appassionante, nell'arrivo della nave Pharaon a Marsiglia la storia inizia già a diventare interessante. Nel modo di Dumas di "rimetterci in pari " con la storia che ci racconta, nella maestria con cui dipinge le vicende iniziali ci si trova già persi nel racconto. Quando poi ci troviamo spettatori del tradimento che che condurrà Edmund in carcere, ci potremmo quasi sentire colpevoli, pare in effetti quasi di essere responsabili noi pure delle pene che capiteranno al protagonista. Altrimenti ci sentiamo giudici di fronte all'ingiustizia che condanna l'innocente, causa di una concatenazione di egoismo che conduce varie persone a incarcerare chi colpa non ne ha. Quando Edmund viene strappato dalla sua festa che precede le nozze, viene condotto di fronte al sostituto del procuratore del re il quale lo giudica secondo il proprio egoismo, da qui ci possiamo rendere perfettamente conto di cosa passerà il protagonista. Chiuso nel castello d'If, il giovane è costretto a subire una pena di cui non è degno; gli anni di prigione lo conducono sull'orlo della follia e dunque del suicidio, torturato in una cella buia, piccola e malsana, cibato insufficientemente, ignorato dalla giustizia e senza l'opportunità di parlare in propria difesa si vede salvato soltanto dall'arrivo di un fausto compagno. Infatti il vicino di cella, l'abate Faria, definito dai carcerieri folle, per anni usando un cucchiaio aveva scavato un tunnel per tentare l'evasione che lo condurrà appunto da Edmund. Darà al giovane Dantes l'istruzione che gli manca, donandogli anche la luce sulla questione del suo arresto sul quale non aveva finora pensato attentamente. I due arrestati per motivi opposti: Faria per non esser stato a favore del governo di Bonaparte, all'opposto Dantes per l'accusa d'esser un bonapartista. Passano insieme vari anni, utilizzando il tunnel scavato dall'abate i due continueranno a condividere le celle e non saranno più soli nelle loro pene; mentre l'abate insegna a Dantes, Edmund offre in cambio un aiuto per la prosecuzione del tunnel per l'evasione. L'abate Faria parla più volte di un tesoro di cui ha una mappa, Dantes stenta a credergli convinto che i carcerieri abbiano ragione su questo fronte, riguardo la sua follia. L'abate aveva ereditato una malattia che stroncherà la sua vita durante la prigionia; Edmund saluta il compagno di sventura, disperato, l'idea poi di utilizzare il sacco con cui i carcerieri trasporteranno all'esterno la salma dell'amico, la mette in atto. Incatenato e con una pietra ai piedi, Dantes viene gettato in mare, ne uscirà grazie al fatto di sapere tenere a lungo il fiato. Ripescato da un peschereccio verrà condotto sull'isola di Montecristo, trovato il tesoro di cui parlava l'amico si ricostruisce una vita, sotto falso nome torna nella società. Si presenterà come il conte di Montecristo e metterà in atto la sua vendetta. Incredibilmente ricco e potente si fa strada per non passare inosservato ma nemmeno lasciarsi riconoscere. Da Villefort a Danglars farà pagare il caro prezzo della sua ingiusta prigionia. Trovo che il capitolo migliore sia quella in cui, a seguito del deciso duello tra il conte di Montecristo e Alberto di Morcerf, figlio di Mercedes, Dantes va a casa di quella che sarebbe dovuta essere sua moglie. Lei, da tempo sospettava di riconoscere Edmund, il quale alle molteplici domande rispondeva negativamente. Appunto dopo il deciso duello Edmund va a trovarla sotto la richiesta di Mercedes, solo quella sera, dopo le molteplici e penose preghiere della donna, Dantes cede e ammette di essere lo stesso con cui aveva trascorso la giovinezza. In questo capitolo Dantes pare tornare umano, ammettere le proprie debolezze, le proprie lunghe sofferenze e dunque è a parer mio il capitolo migliore dell'intero manoscritto. Mentre la parte centrale, dalla prigionia di Dantes alla sua lenta vendetta, può parere alquanto noiosa, nonostante sia necessaria dato che ogni mossa del conte è attentamente pensata per la propria vendetta. Trovo invece che il capitolo più inquieto e terribile sia quello in cui Villefort, scoprendo che da tempo la sua stessa moglie avvelenava la propria famiglia per l'eredità che toccava a chi decideva di darla il morente nonno. In questo capitolo Villefort minaccia appunto la moglie, consigliandole di avvelenarsi la lei stessa altrimenti l'avrebbe accusata pubblicamente. Tornando a casa il procuratore del re la trova morente, mentre nell'altra stanza Edoardo, il bambino che aveva avuto da lei, è già morto avvelenato. Qui Villefort impazzisce sotto i sensi di colpa, pensava infatti di tornare a casa e perdonare la moglie; il conte di Montecristo visitando la casa dei Villefort la trova sotto la paurosa presa della morte. Il conte ha insomma la sua vendetta: dal suicidio di Fernando Mondego alla follia del procuratore del re. Avendo invece in pugno Danglars lo perdonerà e lo lascerà libero, chiedendo egli stesso il perdono. Infine il conte fuggirà con la principessa greca a cui aveva salvato la vita, lasciando che Alberto di Morcerf parta per l'Africa, l'amata Mercedes a Marsiglia. Ottenuto ben più della vendetta, infatti dopo tutte le sue imprese per riappropriarsi della propria vita si accorge che in suo potere c'è ben poco, imparerà di nuovo dunque l'umiltà fino appunto a chiedere perdono a Danglars.

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